Chi ha mai detto crisi?

Se la (ri)conosci la eviti, ma se non ne riconosci i segnali, l’implosione della finanza globale è una locomotiva che ti prende in pieno arrivando in senso contrario. Tra i mercatologi che raccolgono in fretta i cocci intorno ai binari e già dispensano previsioni sulla depressione alle porte, la violenza dell’impatto sembra aver cancellato il ricordo di quando, un attimo prima, viaggiavano allegri, contromano sulla ferrovia.
27 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 01:17 | 13 AGO 20
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I due istituti, tra i primi ad andare a gambe all’aria, vedevano il pil americano crescere sul 2,5-2,6 per cento per il 2008 e sfiorare il 3 per cento nel 2009. Oggi, le stime più aggiornate del Fmi, stando all’ultimo Rapporto sull’economia mondiale, parlano di un 1,6 per cento per quest’anno, mentre lo 0,1 per cento del 2009 sembra la proverbiale foglia di fico per non parlare di crescita zero.
Quanto all’Europa, già nell’autunno di un anno fa si parlava della situazione critica delle finanze francesi e dell’indebitamento delle famiglie inglesi. Ma su Parigi dominava la convinzione che l’andamento dei consumi rimanesse “robusto”, mentre si preferiva notare i segnali di ripresa degli indici industriali, soprattutto grazie a quel settore automobilistico che oggi appare comatoso e bisognoso di cure amorevoli da parte dei governi di tutta Europa. Nella City c’era meno ottimismo. Non erano evidenti le proporzioni del problema, ma perfino Lehman Brothers, la madre di tutti i giganti dai piedi d’argilla, aveva capito che tirava una brutta aria sui mercati immobiliare e bancario, uniti nella cattiva sorte da un’imminente stretta del credito. Ma se qualcuno ha lanciato l’allarme, deve averlo fatto con un timido sussurro. Anche nel pieno dell’affaire Northern Rock, cioè dell’improvviso sgretolamento di un monolite della finanza, colpito dalla sfiducia dei risparmiatori e tenuto insieme con lo scotch da Gordon Brown in quello che allora sembrava un insulto all’ortodossia finanziaria e ora appare come la soluzione più ovvia, perfino nel mezzo di quel temporale, gli analisti non temevano conseguenze peggiori di “una certa cautela da parte dei consumatori”. Per aggiungere, subito dopo, che “il quadro generale è positivo e le prospettive ottimistiche”.
Bagatelle, rispetto a un forecast per gli Stati Uniti che oggi sembra regalato insieme a una batteria di pentole con una televendita. Nell’ottobre di un anno fa, Wall Street definiva “gestibile” l’inflazione americana: era un po’ come dire, con un monsone in arrivo, che non si prevedeva troppa siccità nei giorni a venire. Il tasso della Fed era fermo al 4,75 per cento, le previsioni a un anno erano per un taglio di non oltre 25 punti base, fino al 4,50 per cento: in termini “monsonici”, l’equivalente del prendere l’ombrellino pieghevole. Oggi Bernanke è sceso fino all’1,5 per cento e non è detto che basti. Qualche voce, per lo più inascoltata, “scopriva” un rallentamento della produttività statunitense, soprattutto rispetto ai costi crescenti della manodopera, rompendo l’equilibrio alla base del circolo virtuoso di crescita a bassa inflazione dell’ultimo periodo d’oro di Greenspan alla fine degli anni Novanta. Ma si prestava più volentieri ascolto a chi sottolineava come “l’andamento dei consumi resta vivace”, con un incremento nei mesi centrali del 2007 che portava indiscutibilmente “buone notizie”.
Dall’Italia ci si aspettava qualcosa meno: i più ottimisti erano Eni e Bank of America, ma anche i tecnici di Bruxelles, che stimavano la crescita 2008 all’1,7 per cento. Il Rapporto del Fmi ufficializza ora le stime di recessione: -0,1 per cento. Martedì, di fronte alla commissione Finanze del Senato, il governatore Draghi ha paventato il travaso della crisi dalle sale dei board meeting alle corsie dei supermercati, sottolineando come l’Italia tutto sommato “non esca male” dal frullatore per merito “del legislatore, degli operatori e della Banca d’Italia” (che ieri ci ha invitato tutti a lavorare “di più, in più e più a lungo”. Resta il fatto che anche qui, le palle di cristallo degli esperti non mostravano più di un “modesto rallentamento” e indicavano la disoccupazione in calo come uno dei propulsori della domanda, tanto da rivedere al rialzo le previsioni dei consumi domestici.
Agli emuli di Gordon Gekko spetta il premio di consolazione per aver quasi azzeccato, a un anno di distanza, il prezzo del petrolio: 71 dollari al barile, una manciata di spiccioli al di sopra del valore attuale. Ma i pignoli potrebbero notare che, dopo le montagne russe che hanno portato il greggio a 147 dollari a luglio, la precisione dei forecaster assomiglia molto a un tiro a occhi chiusi all’incrocio dei pali che una volta nella vita capita anche al più scarso della squadra.